




NOVE
Giuseppe Digiacomo
La flora, la fauna, la scansione degli spazi, il pregevole equilibrio coloristico, le colline, ora verdi ora viola, dove dell’umanità non c’è traccia se non per qualche sorta di giaciglio abbandonato: Michele Nigro ti propone una natura del futuro dove lei ha vinto, la natura e l’uomo è sparito, ha smesso di far danni.
I volti monocromatici dei ragazzi di Dario Nanì: stanno sbiadendo, stanno evaporando, stanno perdendo la loro sfrontatezza, la loro innocenza, la loro malizia, se non fosse per quel segno delicato, commosso che ce ne restituisce almeno il baluginare, un guizzo vitale prima che faccia buio.
La padronanza strepitosa della tavolozza di Giovanni La Cognata, che riesce a caricare d’emozione qualsiasi soggetto dipinga: la scorazzata in moto di due giovanotti in pantalocini e canottiera in mezzo a una trazzera assediata dal suolo giallo (unico), dove vera protagonista è la luce e le sue mille peripezie e insidie; il nudo monocromatico orgoglioso di se ma affranto per una condizione dolorosa, infelice; il notturno acquoso, umido, che ti fa trattenere il respiro, con quella luce sullo sfondo che ti rassicura e allo stesso tempo t’inquieta.
La tenerezza struggente e commossa di vecchie littorine in transito per tratte e stazioni obsolete e, forse, non più esistenti di Angelo Iemulo. Loro, però, le littorine, corrono orgogliose e possenti, ignare che ormai itali e frecciarosse le hanno mandate dal rottamatore: errore! la memoria non è rottamabile, anzi ,si veste di colori teneri, basilari, carezzevoli, come nei sogni più belli. Perchè la vita, quella migliore, stando al presente, è ancora più che mai un sogno. Invece, Savo Catania Zingali l’atrocità del tempo, ò’incuria e lo sfacelo che porta con se ce li restituisce tutti. Se non fosse per l’azzurro del cielo e per il verde sano di qualche albero, questi quadri sembrerebbero la rappresentazione di un mondo post-apocalittico… però, se aguzzate bene lo sguardo, vi sentirete sollevati perchè capirete che si tratta non dei postumi di una catastrofe bellica o pestilenziale ma delle mille opportunità pittoriche che il rudere suggerisce all’artista (storia antica questa): quindi, risultato eccellente e mondo salvo (ancora; per poco).
Quì, più che di riconferme, come per gli altri pittori, si parla di grandi attese: parliamo di Gianmaria Cassarino. I presupposti ci sono tutti: studio, versatilità, senso dello spazio e del colore. Le opere che presenta dicono già oggi di un talento speciale che conclama sicurezza; anzi perentorietà. Rimaniamo, fiduciosi, in attesa del grande balzo. Rinnovarsi? Cercare strade diverse? Evocare, addirittura, capolavori celebri come la Vucciria di Renato Guttuso? Salvo Caruso lo fa senza complessi d’inferiorità, con una finezza e ricchezza compositiva sorprendente. Non sfigurano affatto accanto a un suo quadro che mostra uno dei suoi carrubi su terreno giallo, tema a noi già noto. Anzi…
E’ come se si fosse liberato da qualcosa Salvo Barone che ci presenta questi nudi forti, potenti. Ma loro sembrano non essere liberi, sono come incatenati da catene che non si vedono ma che si percepiscono. Tranne uno che si ispira al David di Michelangelo: perchè l’arte è anche questo, forse lo è soprattutto: libertà dalle catene dell’ipocrisia e della falsa morale.
E finalmente rivediamo le opere di un pittore importante che una disgrazia tremenda ha rubato alla famiglia e all’arte! Posso dirlo? Non passa una settimana senza che il pensiero sfiori con grande rimpianto Luigi Rabbito.
Bravi, quindi, i curatori e gli amici a riproporlo in questa mostra; noi non dobbiamo dimenticare e il modo migliore per ricordare un pittore è far respirare i suoi quadri davanti a occhi che apprezzano.
come simbolo del completamento, perfezione e trasformazione
Giacomo Caruso
Nove, oltre a rifarsi al numero dei pittori presenti in mostra, è – come ci ricorda un caro amico, le cui molte qualità ho avuto modo di apprezzare – il numero della cabala ebraica rappresenta il completamento di un ciclo, ma anche l’apertura verso un nuovo inizio. Così il titolo della mostra NOVE vuole essere anche l’auspicio per un rinnovato inizio all’insegna dell’arte e della cultura di cui i nostri territori, desolati da carenze infrastrutturali e inadeguati investimenti, sono particolarmente assetati e desiderosi.
NOVE, pertanto presenta le opere di altrettanti artisti, che hanno avuto o hanno tutt’ora un forte legame con il nostro territorio, ricco di paesaggi naturali unici, di biodiversità vegetale endemica, di aree archeologiche di incomparabile interesse; con un patrimonio culturale, insomma, frutto di stratificazione antropica millenaria e, malgrado la carente promozione e l’inadeguata valorizzazione, capace ancora oggi di esprimersi potentemente, attraverso segni, simboli, architetture e naturalmente nell’arte dei nostri artisti, testimoni di tale straordinaria sedimentazione culturale materiale e immateriale.
La presenza di pittori in un ambito territoriale ricco, come abbiamo visto, di memoria visiva e forza creativa che li ispira, li sfida e li chiama a dar vita a nuovi linguaggi artistici, determina un forte carattere culturale e sociale, ma oserei dire anche economico, in quanto in grado di promuovere l’arte e la cultura, rendendoli accessibili a un vasto pubblico e attivando tutta una serie di settori legati alla fruizione del bello. Infatti, la presenza e il dinamismo di un gruppo di artisti, attraverso lo scambio di idee ed emozioni, è in grado di dar vita a una coesione che può creare una comunità più aperta e pronta ad accogliere innovazioni e diversità, Ciò che si viene a determinare, quindi, è un forte fermento culturale in grado di vivacizzare, innovare e rinnovare la comunità cittadina attraendo pubblico e turismo culturale.
Si giunge così alla mostra NOVE che riunisce artisti con ideali, tecniche e stili a volte dissimili fra loro, ma accomunati da temperie e di avvenimenti e ambientazioni di carattere storico culturale, in cui mi piace scorgere una sorta di movimento pittorico, malgrado manchi un vero programma di rinnovamento artistico unitario.
Curare una mostra d’arte – e in questo nostro caso una collettiva di pittori, di cui diremo più avanti – implica l’intendimento di individuare o, come avviene nella maggior parte dei casi, di stabilire anzitempo il tema da trattare e conseguentemente di chiarirne la narrazione attraverso le opere degli stessi artisti da coinvolgere. Quindi avendo bene in mente il tipo di percorso espositivo a cui si intende approdare, la giusta mediazione da fornire al pubblico, l’opportunità chiave di lettura per cogliere a pieno il messaggio che si vuole consegnare.
In questo nostro specifico caso il compito è stato quello di individuare un trait union, tra le diverse opere dei pittori, proprio per la mancanza di uno specifico tema, in quanto gli artisti hanno avuto ampia libertà di scegliere e presentare le opere che, secondo la loro coscienza, rappresentano al meglio la loro arte, il loro stile, la loro visione, la loro sensibilità, la loro individualità. Intendendo in tal modo una mostra avulsa da ogni sorta di confronto o di interpretazione tematica, e mettendo invece in luce, come comune denominatore, la ricchezza e la complessità artistica di un territorio molteplice come quello siciliano. Ogni artista quindi è stato libero di svelare attraverso la propria arte caratteristiche uniche, come il paesaggio, l’architettura, i monumenti di vita quotidiana, una specifica luce, atmosfere ed emozioni,
Ognuno ha scelto un proprio modo di raccontare se stesso o una storia immaginaria, situazioni peculiari o momenti ordinari, come Angelo Iemulo che ha preferito presentarci i suoi treni sospesi fra passato e presente sotto un cielo di un azzurro appena accennato, rievocando “la persistenza della memoria”.
Dunque, una curatela che non si rifà allo stile o convenzioni pittoriche o a temi specifici, ma che guarda, più che alla volontà del curatore, alla propensione di ogni singolo artista, lasciandoli liberi di stabilire quante e quali opere esporre. Come ad esempio i nudi dolcemente acquerellati di Barone, più che prigioni, come egli li definisce, rappresentati nell’atto di liberarsi dalle pressioni della morale bacchettona ed esprimere tutta la loro forza ed energia vitale, il loro vigore e il piacere di esserci.
Così, ancora, la rimozione di ogni forma di condizionamento ha stimolato Cassarino a presentare la facciata di un edificio illuminato da una calda luce tagliente, in forte contrasto con le zone d’ombra, tale da risultare immerso in un atmosfera tenebrosa, con effetti di forte drammaticità; e i due nudi: la figura maschile su fondo scuro in posizione seduta, che ricorda la statua bronzea del pugile in riposo, della seconda metà del IV sec. a.C., al museo Nazionale Romano di palazzo Massimo, e la figura femminile su fondo chiaro. Entrambi i nudi sembrano richiamare i canoni convenzionali degli antichi pittori, che raffiguravano la pelle degli uomini di colore scuro e quella delle donne più chiara per indicarne il genere e sottolinearne i ruoli e contesti sociali diversi, ma quì il pittore sembra piuttosto manifestare stati d’animo, purezza e freddezza per il bianco, e mistero, eleganza e potere per il nero.
Dario Nanì ha invece preferito manifestare la propria personalità artistica, la propria realtà pittorica e le proprie idee affidando la scelta delle opere al sottoscritto. In questo caso si è preferito mettere in luce la leggerezza dell’artista, scegliendo i volti sognanti di ragazzi e ragazze che fluttuano fra realtà e sogno, che come il fragile supporto pittorico utilizzato da Dario sembrano deteriorarsi e smarrirsi tra i marosi di un incerto futuro.
In Salvo Catania Zingali, invece, riscontriamo un forte impasto di colore applicato in modo denso e materico nella realizzazione di case, edifici e nelle strutture abbandonate, il cui degrado si contrappone alle atmosfere serene e rilassanti, luminose e ariose determinate dal bianco, dal giallo e dalle tonalità di beige in cui si trovano immerse. Tale atmosfera serena e distensiva, che pur accoglie un poetico degrado, è, a volte, bruscamente interrotta da ombre di scura tonalità, impreziosita da un azzurro cielo luminoso.
Se poi ci fermiamo ad osservare le opere di Salvo Caruso, scorgiamo un che di classicheggiante, paesaggi assolati e silenziosi, di una Sicilia arcaica e incantata, si rivelano nella loro desolante bellezza, dominate dal secolare albero del carrubo sempre verde, simbolo di rinascita e della tradizione mediterranea. Paesaggi che si alternano ad ambientazioni rumorose di vita quotidiana, immersi in contesti urbani non finiti, in cui a dominare è il grigio steso su sprazzi bianchi, contrassegnati dal rosso e dal blu che ne spezzano la monotonia quotidiana.
Diventa, poi, piuttosto semplice entrare nelle atmosfere create dalla sapiente mano di La Cognata, come nell’opera Di Notte, dove una flebile luce calda, in fondo ad una strada, illuminando un filare di pali che si rispecchiano sull’asfalto bagnato rivitalizza e nutre lo stesso paesaggio. O, come suggerisce un amico, ammirando Pomeriggio di agosto, si rimane avviluppati, grazie al suo uso magistrale del colore, nell’atmosfera del torrido pomeriggio agostano che i personaggi sulla motocicletta lanciata a velocità sull’asolata lingua d’asfalto, in pantaloncini e canotta, sfidano pigramente.
Una personale forma di comunicare le proprie idee, emozioni, concetti e arte la ritroviamo nella pittura “postimpressionista” di Michele Nigro, dove inedite forme di terreno, vegetazione, corpi d’acqua e condizioni atmosferiche, la rara presenza di qualche animale, si mescolano in solide atmosfere. Il forte carattere della sua pittura emerge dalle audaci pennellate delle diverse tonalità di colore verde, dal blu cobalto e dagli intensi viola che nello stesso tempo offrono una violenta emotività interiore.
Infine vorrei ricordare la pittura di Luigi Rabbito, pittore non più tra noi, ma che credo abbia lasciato un segno profondo e indelebile non solo negli amici, ma anche nell’arte come emerge dalla sua variegata attività artistica. Qui presentiamo un classico: un ingorgo autostradale, e quattro piccoli bozzetti, ultimi suoi lavori, che presentano delle figure umane indistinte, ma i cui volti stranamente risultano piuttosto decifrabili. Figure di bambini che si librano in uno slancio estatico verso l’indefinito e che vanno interpretate non guardandoli soltanto con gli occhi, ma anche con la mente.
In conclusione, ciò che qui si intende rimarcare, anche attraverso l’articolazione e il tipo di allestimento espositivo adottato per l’occasione, è dunque il tratto artistico di ogni pittore, assegnando ad ognuno di essi una distinta area, con l’intenzione di ricreare un apposita dimensione compositiva, e con l’intento di risolvere, per quanto consentito dal numero limitato di opere e dallo spazio a disposizione, il carattere artistico di ogni singolo pittore. A scandire poi le diverse aree poi la stessa disposizione delle didascalie, che poste al fianco del gruppo di opere a cui si riferiscono, ne ripetono la medesima composizione.
La mostra, dunque, come indicato in apertura e ribadito dal significato del titolo, vuole essere una speranza e un augurio per un rinnovato fiorire, ma anche uno stimolo ulteriore per promuovere l’arte e la cultura di cui i nostri territori, malgrado l’enorme ricchezza di cui sono pregni, sono particolarmente carenti, a causa di investimenti insufficienti, criticità strutturali, politiche fiscali per niente favorevoli, mancato sostentamento tra gli artisti e per questo particolarmente bramosi.